di Elisa A.G. Arfini

in

Giuliani, G., Galetto, M. e Martucci, C. (a cura di), L’amore ai tempi dello tsunami. Affetti, sessualità, modelli di genere in mutamento, Verona, Ombre Corte, 2014

 

Il nodo della narrazione, e più specificatamente del rapporto tra narrazione e disabilità è il filo rosso che lega queste riflessioni, in cui cercherò di affrontare la disabilità su due sponde apparentemente distanti: quella della narrazione, appunto, e quindi del linguaggio, dei copioni e delle auto-rappresentazioni, e quella del corpo, ovvero della materialità delle forme del divenire ed essere corpo nello spazio sociale.

L’esperienza che ha per me inaugurato questo percorso di conoscenza e ricerca è stato un partire dal sé più profondo e più difficilmente narrabile: il sé incorporato. Tuttavia come uno tsunami, o come il coming out, l’evento non si esaurisce nel momento di rottura ma continua ad accadere. Nella mia narrazione l’esperienza di vulnerabilità, la condizione apparentemente paradossale che installa il riconoscimento e la soggettivazione (Butler 2005), si è sostanziata per me prima nel corpo e poi nella pratica di ricerca. Una pratica di ricerca condotta a quel punto da un corpo che aveva nel frattempo recuperato lo status di “abile” ma che si è ritrovato a scoprire un’altra forma di vulnerabilità, e, infine, l’inarrivabilità dell’ideale di integrità che dovrebbe sostenere i confini dell’umano.

Ricordo sempre con piacere il titolo di un capitolo di un libro di Lennard Davis (2002) che si intitola “Le persone disabili? Siete voi”. Io lo sono stata, e per quanto possa aver recuperato in toto lo status normativo di persona “normodotata”, da allora per me il significato di corpo abile, la mia percezione di un embodiment integro, sono profondamente cambiati nonostante i tentativi di “riscatto” su altri piani, su altre componenti identitarie (nel mio caso quella professionale). Fatta salva l’esperienza del dolore, quella più vicina alla materialità della menomazione (e che ancora, a mio parere, attende di essere pienamente assunta all’interno dei quadri teorici), potrei dire che rifarei tutto, ma in realtà l’evento – come dimostrano queste riflessioni – non si è ancora concluso né è stato neutralizzato dalla completa riabilitazione. Volendo allora immaginare la disabilità come tsunami, dovremmo riconoscere che essa non è l’onda minacciosa all’orizzonte, ma quella che, fin quando un precario equilibrio lo consente, stiamo già cavalcando.