di Elisa A.G. Arfini

in

Inghilleri, M. e Ruspini, E. (a cura di) Sessualità narrate. Esperienze di intimità a confronto, Milano, Franco Angeli, 2011

 

La disabilità ha un rapporto privilegiato con la narrazione, perché è la sua stessa esistenza è un invito a raccontare. I soggetti disabili sono più esposti alla narrazione perché la loro presenza all’interno di una relazione comunicativa incoraggia a porre la domanda “cosa ti è successo?”. Rispondere a questa domanda può essere solo la soddisfazione di una curiosità altrui, ma rappresenta anche una possibilità di costruzione di sé.

Questo contributo si basa su una ricerca empirica condotta seguendo una metodologia narrativa (Bruner, 1987, 1991; Bochner, 2001; White, 1980; Demetrio, 1996; Denzin, 2001; Spence, 1982; Riessman, 2003; Poggio, 2004; Zussman, 2000). Dal punto di vista empirico, i materiali narrativi qui presentati sono stati raccolti attraverso interviste a uomini e donne con disabilità fisiche; le interviste sono state concepite come “processo”, che ha integrato diversi mezzi di comunicazione (incontri, conversazioni telefoniche, email, chat) lungo una serie di incontri multipli.

Se la sessualità dei disabili, nella sua complessità di embodiment, è considerata un tabù culturale, un mero problema fisiologico in medicina, e non è stata oggetto di grandi attenzioni da parte delle scienze sociali, bisogna notare che anche le stesse politiche della disabilità hanno incominciato a riconoscere la propria miopia rispetto alla sessualità solo di recente. Da quando l’attivismo disabile si è sganciato dal paternalismo medico, la sfera di intervento delle politiche è stata sposata dall’individuo alla società; siccome si ritiene – erroneamente – che la sessualità sia una componente individuale e privata, piuttosto che culturale e sociale, le campagne politiche dei disabili sono state combattute per il lavoro, l’educazione, l’accessibilità dei trasporti, e in generale per quei diritti civili che si esercitano nella sfera pubblica.

Nonostante molti tra gli uomini e le donne che hanno partecipato a questa ricerca siano riusciti a inventare un campo d’azione per la propria sessualità nonostante i dettami sociali, non ho rintracciato un desiderio di trasgressione esplicito, una volontà di abitare quel margine costitutivo che la disabilità strutturalmente già rappresenta in negativo; comprensibilmente: benché sia densamente popolato, quel confine tra l’umano e l’abietto è un luogo poco ospitale.

Quello che però può rappresentare la sessualità dei disabili, per lo meno a livello speculativo, è un esempio di come la sessualità operi sempre come dispositivo produttivo. Pertanto, anche quando la sessualità – come nel caso dei disabili – sembra essere semplicemente repressa, ci accorgiamo che al di là del vincolo ipotizzato non esiste alcuna dimensione originaria da recuperare.

In questo senso l’embodiment delle pratiche sessuali dei disabili, attraverso la narrazione di corpi instabili e devianti che diventano erotici, dovrebbe invece essere la dimostrazione di come la sessualità sia una “modalità di esistenza” (Merleau-Ponty, 1963) che mette in discussione la sessualità normativa, la matrice eterossessita, la cittadinanza sessuale, l’assegnazione dell’identità di genere, e infine la stessa definizione di soggetto umano.